Marco Sebastio

Dodici regole per diventare scrittori secondo Enrico Brizzi

C’è una cosa che mi affascina quanto una bella storia, il processo creativo da cui è nata.

I meccanismi, le strutture, i trucchi del mestiere, il modo in cui il narratore ha lavorato a quella storia fa per me parte del suo fascino. Ed è per questo che amo la metascrittura, ovvero ciò che gli scrittori scrivono sulla scrittura e sullo scrivere.  Specie quando a farlo sono i miei autori preferiti.

Enrico Brizzi è un autore che mi ha rapito da adolescente. E le dodici piccole perle sulla scrittura che Brizzi ha recentemente condiviso sul suo profilo Facebook mi hanno rapito quanto On writing. Autobiografia di un mestiere del maestro Stephen King, Il mestiere dello scrittore raccontato da Murakami Haruki o le riflessioni di Carver su Il mestiere di scrivere.

Dodici piccole perle, quelle riportate di seguito, in cui Brizzi celebra la scrittura come un vero e proprio inno alla vita. Che nasce con l’amore per la lettura e cresce grazie alla fame del cannibale, che nutre l’anima con forme, luoghi, colori. Con il confronto con il prossimo, con le persone che diventano personaggi, con il vissuto che si trasforma in descrizioni e dialoghi e scene. Scrivere è per Brizzi questione di rapporti, di ricerca di modelli, di giudici, di maestri. Scrivere è per Brizzi fatica e disciplina, grazie e musica. Scrivere è vita.

1 – Non parlate mai di voi stessi definendovi scrittori.
Se proprio ve lo chiedono, va bene “narratori”, ma è una parola da pronunciare col sorriso sulle labbra, come chi confessa noncurante un vizio di cui non riesce a liberarsi.

2 – Prima si legge, poi si scrive.
Non pensate di essere i più bei fichi del canestro. Siete persone che vivono la propria vita, né migliori né peggiori di tante altre.
Se c’è qualcosa che vi distingue dalla maggior parte dei vostri simili è che sin da piccoli amate perdutamente la magia dei libri: ne leggete parecchi, alcuni li studiate addirittura e – incidentalmente – provate a scrivere qualcosa a vostra volta. Tutto qui.

3- Niente pose da intellettuali della mutua.
Non pensate di avere una missione divina, un’intelligenza raffinatissima o il compito di insegnare a qualcuno come si sta al mondo. Là fuori è pieno di gente che se la cava benissimo senza il vostro aiuto. E voi non dovete mettere insieme un trattato per salvare l’umanità, ma un testo narrativo. Orecchie tese, dunque, ad ascoltare le storie che la vita porta in dono.

4 – Ripetere ogni mattina il mantra “io non sono un artista, sono un artigiano”.
Aiuta a evitare l’autocompiacimento.
Se saprete lavorare bene, saranno gli altri a riconoscere i vostri meriti. E se non li riconosceranno, evitate di rendervi ridicoli implorando la loro attenzione. A nessuno tranne la vostra mamma e forse zia Wanda importa di quanto siete sensibili o tormentati. Quello che gli altri si aspettano da voi è una buona storia tirata a lucido. Niente di più e niente di meno.

5- Vi muova la fame del cannibale e la grazia dell’acrobata.
Le situazioni della vostra vita sono le uniche di cui conoscete nel dettaglio dinamiche e temperature; i luoghi noti sono quelli dalla cui osservazione potete restituire al meglio luci, forme e colori; le persone in carne e ossa si prestano inconsapevolmente come vivi modelli per i vostri personaggi. Prendete tutto quello che vi serve dalla realtà, poi provate a sognarlo in maniera diversa, creando un mondo nuovo. Un giorno potrebbero domandarvi se quella storia è autobiografica, e voi dovreste trovarvi in perfetta buona fede a non sapere più qual è la risposta.

6 – La storia è un mondo, ma voi non siete Dio. Ne deriva che il settimo giorno non avete diritto al riposo.
Tutto quello che avete scritto – descrizioni, dialoghi, scene d’azione, la struttura stessa – può essere migliorato, raccontato da un altro punto di vista, portato al presente o al passato, alla prima, seconda o terza persona.
Qual è la voce migliore per il narratore? Quale il presente della storia? Quale la lingua più adatta?
Lo scoprirete solo a forza di prove, riscrivendo daccapo, detestando il compiacimento che vi aveva indotto a ritenere il lavoro finito.
Dateci dentro, orsù, finché divertirsi gravemente e faticare a cuor leggero non diventano la stessa cosa.

7 – Per diventare scrittori: non cercate un editore, cercate modelli, giudici e maestri.
I modelli sono già a vostra disposizione: sono gli autori dei libri che vi lasciano a bocca aperta. Ammirarli e basta non serve: studiateli.
Sottoponete i vostri testi al giudizio dei lettori che avete intorno. Non perdete tempo a difendere le vostre scelte; accettate ogni critica, e fate tesoro dei consigli.
I buoni maestri sono i più difficili da trovare. Li riconoscerete dal fatto che non siedono in cattedra, ma appaiono simili a un compagno più esperto. Ringraziateli del tempo che vi dedicano e non tormentateli: è probabile che abbiano parecchio da fare.
Se il loro giudizio vi ferisce, lenite il bruciore ripetendo l’antico mantra “Mazz’ e panelle fanno figli bell’, panelle senza mazz’ fanno figli pazz'”.

8 – Addestratevi a una disciplina.
Chi crede che la scrittura sia parente del fulmineo colpo di genio, delle suggestive associazioni d’idee proprie dell’ebbrezza o d’un dono divino ne fa un’arte irrazionale e riservata a pochi.
Prendetelo come un segno del prestigio di cui la scrittura gode, ma non credeteci neppure un istante.
L’idea, quella sì, può sorgere repentina come una pinna di squalo che rompe l’acqua, ma il lavoro che la trasforma in racconto o romanzo richiede settimane, stagioni, anni.
Come un buon artigiano, riservate al testo il tempo e lo spazio appropriati; al pari d’un escursionista, elaborate una tabella di marcia, e siate pronti a rivederla.
Capite da voi se scrivete meglio di notte, all’alba o la sera. Fatelo dove vi sentite a vostro agio, nudi come cacciatori di teste, in tenuta da canottaggio o indossando il vostro migliore abito di tweed. La scelta è vostra; l’essenziale è che vi sentiate pronti a un luuungo viaggio.

9 – Nello stile la forza.
Ricordate quegli schemini d’analisi testuale che vi sottoponevano alle medie, nei quali si pretendeva di individuare il “messaggio” di un testo?
Bene, dimenticateli. E ripetete il nuovo mantra: “La forma e il contenuto coincidono”.
Ciò che raccontate e come lo raccontate non sono dimensioni strettamente correlate, sono esattamente la stessa cosa.
Regolatevi di conseguenza.

10 – Rispettate i personaggi.
Voi non siete Mangiafuoco e loro non sono i vostri burattini. Amate i vostri personaggi come fossero i vostri migliori amici, riconoscete loro libertà di azione come a figli ormai cresciuti.
Fa male rendersi conto che non vi assecondano? Sopportate.
Brucia vederli partire per le vie del mondo? Fatevene una ragione
Né gli amici né i figli vi appartengono.
Lo stesso vale per i personaggi: ascoltateli. Saranno loro a spiegarvi come sono vocati a inverarsi e come deve fatalmente precipitare il finale della storia.

11 – La scrittura è musica.
Nel comporre il vostro testo abbiate sempre in testa un ritmo, un timbro, un colore del suono.
Forse vi aiuta lavorare con lo sfrigolio di Telecaster di Strummer o la voce del tormentato aedo Morrissey, con certe ombrose linee di basso dei Cure o col beat esuberante dei Beastie Boys? Fatelo.
Vi viene meglio con Mozart, Verdi, Wagner? Idem. E lo stesso vale naturalmente per qualunque altra colonna sonora, dai Carmina Burana al garage rock del XXI secolo.
Date voce all’esaltazione che la musica vi trasmette, e se il testo lo consente omaggiatene autori e interpreti. Condividere le proprie suggestioni è cosa buona, e vi qualificherà come gentiluomini o gentildonne. Non è poco, in un mondo fitto di ciarlatani, mitomani e avari di sentimenti.

12- Non fate come me. Né come lei, lui e quell’altro.
Mettete insieme la vostra personale cassetta degli attrezzi, curate la vostra strumentazione, studiate il lavoro dei maestri, affinate la tecnica. Al dunque, però, raccontate sulla base della vostra personale sensibilità, date voce a ciò che vi fa rabbia e a quel che vi riempie di tenerezza, soffrite e godete nelle vostre storie insieme ai personaggi e al narratore.
Non vale la pena di dedicarsi a un’attività gloriosa e fuori moda come la scrittura se non la si vive come una forma di libertà.
Proprio per questo, non date retta neanche per un momento a quanti disprezzano o deridono il vostro impegno: o non sanno cosa lo anima, o lo sanno fin troppo bene e ne hanno una paura maledetta.
Non portate loro rancore: soffrono di vertigini, tutto qui, mentre la vostra vocazione è cavalcarle.

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